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Bosa, citta di mare e di cultura

Il Filet

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La maestra del Filet Virginia Salis

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Il filet è strettamente legato al mondo della pesca e alla logica dell’intreccio delle reti. Le donne, a cui spesso toccava il compito di realizzare le reti per i pescatori, hanno utilizzato lo stesso punto per ricavarne un pizzo ricamando la rete al telaio. Il filet, in sardo su randadu, utilizza tecniche antichissime ma, essendo quest’arte diffusa in vari paesi del Mediterraneo, è molto difficile individuarne le origini. La sua natura delicata, e quindi facilmente deperibile, ci impedisce di stabilirne con certezza le influenze esterne. L’utilizzo della rete per la decorazione di capi d’abbigliamento e altri oggetti d’arredo era però già presente nel Medio Evo, come dimostrano gli affreschi scoperti nella chiesetta all’interno del castello dei Malaspina. Nel dipinto raffigurante L’Ultima Cena, sulla tavola è infatti posta una tovaglia con inserti di rete.

Il nome, filet, di provenienza francese, indica propriamente la reticella sulla quale viene realizzato il finissimo ricamo. Nonostante gli stretti contatti con altri paesi del Mediterraneo, che ne hanno facilitato le contaminazioni, il filet sardo mantiene delle caratteristiche proprie che lo rendono completamente diverso dagli altri merletti. Le figure geometriche dal carattere arcaico riportate sulla rete, riproducono in maniera stilizzata la flora e la fauna locale e sono identiche a quelle che troviamo sui tappeti, sulle coperte, sui vasi e sulle pitture murali. In passato era compito delle donne più esperte tramandare i motivi e le tecniche di lavorazione, ma col passare del tempo, e grazie anche ai nuovi mezzi di comunicazione, la fama del filet bosano iniziò a varcare i confini cittadini.

Nel 1800 iniziarono ad apparire i primi laboratori che trasformarono quest'arte in un vero e proprio mestiere ed portarono all’introduzione di componenti diverse da quelle tradizionali. Fino ad allora i segreti della lavorazione del filet erano stati tramandati di madre in figlia e i merletti scambiati all’interno della cerchia familiare. Furono proprio queste scuole a far conoscere il filet di Bosa oltre i confini della Sardegna. Una delle scuole-laboratorio più importanti fu quella fondata nei primi del Novecento da Olimpia Melis, sorella dei famosi artisti Melkiorre, Federico e Pino Melis. La signora partecipò a numerose Esposizioni Internazionali e Fiere Campionarie e venne insignita di numerosi premi a Parigi e Bruxelles. Aprì dei punti vendita a Roma e New York e, per la realizzazione degli annunci pubblicitari, si affidò al fratello Melkiorre che spesso realizzava per lei anche degli inediti disegni per il filet.

Un altro laboratorio era quello della signora Diodata Delitala dove venivano invece realizzati i particolari scialli in seta e lana di filet colorato. La ditta di Maria Rosaria Passino divenne invece la fornitrice della Casa Reale. La signora fece omaggio di due scialli alla regina Elena che per ringraziarla le offrì in dono una spilla d’oro con lo stemma reale.

Oltre a queste operavano a Bosa diverse altre scuole grazie anche alla facile reperibilità di ottimo lino e al fatto che la richiesta di filet non si riduceva alla sola Sardegna.

Nel Novecento il filet iniziò ad essere impiegato anche per la decorazione di abiti femminili e non soltanto nei tradizionali colori bianco e ecrù. Sul finire degli anni ’20 il giro d’affari legato al filet era pari a circa un milione di lire e occupava millecinquecento persone. Nel periodo del fascismo la lavorazione del filet subì una nuova spinta perché grazie ad esso le donne potevano dare un contributo all’economia familiare senza però mettere in pericolo “l’istituzione matrimoniale”. Anche oggi le donne bosane, sedute sull’uscio di casa ricamano sulla rete con abilità e pazienza personaggi mitici e leggendari, simboli religiosi o motivi desunti dalla tradizione sarda più classica: pavonesse e colombi, tralci di vite e grappoli d’uva, rose e gigli, leoni, cervi.

Testo tratto da: Claudia Bellini, "Il Filet. Lavoro e tradizione delle donne a Bosa", Centro di Cultura Popolare - Bosa G.V.Arata - G.Biasi, Arte Sarda - Carlo Delfino Editore



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